Bruna Fregonese – Istresco, Treviso, 2012, pp. 181, € 12, ISBN 978-88-88880-77-8
“Vissi sempre fedele ai miei ideali, direi di più: fi era di essi. […] essere sempre per la giustizia, onesti, umani, solidali e civilmente corretti, perché tutto ci si deve conquistare e per primo il rispetto”.
Così era Bruna fi no agli ultimi giorni della sua vita e così si rivelerà a chi leggerà le sue “carte”. Bruna scrive per dovere di memoria, per descrivere il suo mondo, per comunicare, per protestare, per proporre. “Ho solo la quinta elementare” diceva con orgoglio, ma le sue carte rivelano una scrittura che diventa gioia, piacere, ricerca
Le carte di Bruna. Bruna Fregonese. A cura di Laura Bellina e Laura Stancari
Bruna Fregonese nata a Porto di Fiera nel 1924 è mancata nel 2011. Proviene da una famiglia antifascista, il padre ferroviere sindacalista e socialista viene licenziato nel 1923 con la motivazione di “scarso rendimento” in realtà perché antifascista. Quindi la sua è un’infanzia un po’ difficile dal punto di vista materiale ma piena di affetti e di sintonie in modo particolare con il padre. Questa sua origine ha sicuramente condizionato le sue scelte di vita, in modo particolari i valori che l’hanno guidata; costretta, con molto dispiacere, a lasciare la scuola all’età di 11 anni, inizia a lavorare come camiciaia. Dopo l’8 settembre del ‘43 con gli abitanti del suo quartiere e con la collaborazione dei ferrovieri, la famiglia dà aiuto ai militari “sbandati”. Da lì a poco, Bruna diventa un’importante punto di riferimento per gli antifascisti e lo sarà fino alla Liberazione. Comincia a fare la staffetta partigiana e come scrive lei stessa “è venuto così, era naturale”; con la sua bicicletta, Bruna percorre le strade della provincia per portare pacchi di stampa, medicinali per i partigiani feriti ma anche pacchi di armi, consegna comunicazioni importanti e fa da collegamento tra varie attività della Resistenza. È ben consapevole dei rischi che corre, soprattutto come donna, ma non si tira mai indietro. Anzi, pur attenendosi alla disciplina dell’organizzazione, è spesso in grado di prendere decisioni autonome in situazioni particolari con brio e astuzia. Dopo la Liberazione, Bruna riceve il diploma di Medaglia Garibaldina e la Croce al Merito di Guerra. Frequenta per molti anni l’Università Popolare, ha svolto un ruolo di stimolo e di memoria attiva nell’Istresco di cui era Membro Onorario e ha fatto parte anche del Direttivo. Ha contribuito alla valorizzazione della figura della staffetta partigiana Carmen (Noris Guizzo) spinta anche dal fatto che non accettava la scarsa considerazione del ruolo delle donne nella Resistenza anche da parte della storiografia ufficiale. Quindi nel 2007 la si trova tra le fondatrici di rEsistenze, associazione per la memoria e la storia delle donne in Veneto. Ha partecipato a molti incontri in scuole medie e superiori dove con la sua testimonianza riusciva a catturare il vivo interesse e il coinvolgimento di alunni e studenti grazie a un suo linguaggio molto chiaro, diretto e intercalato, laddove era possibile, da una forte simpatia umana. In molti studenti ha lasciato un ricordo indelebile.
Questo libro, come si evince dal titolo, è una raccolta dei suoi scritti; come scrivono le curatrici “aveva un grande talento per la scrittura, una scrittura incisiva, chiara, ironica, colpisce soprattutto la sua arguzia nel tratteggiare i caratteri delle persone, la loro forza o la loro debolezza, lasciando trasparire note di humor pur nella tragicità degli eventi. Bruna ha scritto un gran numero di lettere: alle istituzioni quando ravvisava ingiustizie e mancanze, alle associazioni a cui aderiva per dare suggerimenti, a singole persone per mantenere rapporti e sostenerle nei momenti difficili.”.
Fra le sue “carte” troviamo descrizioni dettagliate del suo lavoro di staffetta: “Arrivava questo giovane alle 12 a casa mia, accettava un piatto di pastasciutta […], si portava con sè il secondo; poi io scucivo un po’ la fodera del suo cappotto, tiravo fuori i documenti fermati tra le fodere e ricucivo, poi i documenti li mettevo nella mia borsa perché se avessimo fatto un brutto incontro di solito erano gli uomini che fermavano. Io avevo 20 anni lui 23, belli nella nostra bellezza dell’asino, sembravamo due giovani che se ne andavano chiacchierando tranquillamente e invece eravamo due soldati in guerra. Portavo le armi anche nel bar che c’era al mercato ortofrutticolo. Venivano da aviolanci, erano armi lunghe legate strette e avvolte in una coperta che veniva poi cucita; non so come facessi a tenere in equilibrio sul manubrio un pacco tanto voluminoso e pesante, erano armi destinate a quelli della montagna. […] La nostra pena per uno che non arriva e la nostra gioia di ritrovarlo poi ancora libero. Il nostro affetto tra noi compagni, affetto sincero fraterno che si temprava nelle sofferenze e freddo e fame e rappresaglie, che si approfondiva per ogni disgrazia di qualcuno di noi. E poi anche entusiasmo nella nostra lotta, entusiasmo e gioia nelle battaglie e per le vittorie. Troveremo i chilometri e chilometri percorsi a piedi o in bicicletta con la pioggia e con il vento incuranti della nostra persona, preoccupati solo di un pezzetto di carta che portavamo nascosto in una qualche cucitura, coscienti del grande compito che ci aspettava e sorretti anche dall’orgoglio che ne veniva.”.
Terminata la parte dedicata alla Resistenza di Bruna e di altre donne e uomini, il libro prosegue con “pensieri sparsi” inoltre lettere, dediche, appunti e molte fotografie.
Chi ha conosciuto Bruna, come la sottoscritta, ricorda sicuramente la sua forza narrativa, la passione con cui militava e sottolineava i pochi valori che garantiscono: diritti, libertà e democrazia; la volontà, il rigore e la tenacia che mostrava anche solo bel continuare a usare la bicicletta (ha pedalato fino a pochi mesi prima della sua dipartita); la generosità e la dolcezza con cui offriva i piccoli oggetti che realizzava (da brava sarta qual era stata) o i prodotti raffinati di pasticceria, ai diversi soci o convenuti in diverse circostanze; la simpatia umana che la rendeva una persona ancor più interessante; l’accettazione totale di sé stessa infatti, come riporta il figlio Diego Agnoletto nel giorno della cerimonia di commiato, Bruna in alcune circostanze e cioè quando ad esempio le si suggeriva qualche aggiustamento ai suoi scritti rifiutava dicendo “questa sono io e vado presa con i miei limiti”.
Quanto ci mancano, soprattutto in giorni come questi, donne così.
Istresco, 2012, pagine 181
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recensione di Paola Bruttocao