Donne cattoliche nella Resistenza Veneta – Iveser, Istresco, Treviso 2004, pp. 400
La Resistenza delle donne cattoliche è stata a lungo doppiamente taciuta: dalla storiografia e dalla memoria collettiva. Il libro, che raccoglie gli atti di un convegno a loro dedicato a Venezia nel 2002 e rende pubbliche testimonianze di protagoniste, colma, almeno in parte, questo silenzio, offrendo alla storia dell’antifascismo, della lotta di Liberazione e del dopoguerra in Veneto nuovi spunti di interpretazione ed una visione più complessa delle motivazioni che spinsero molte donne ad un impegno militante che ha trovato, per alcune, continuità nella politica.
Tra la città di Dio e la città dell’uomo. Donne cattoliche nella Resistenza Veneta.
Luisa Bellina, Maria Teresa Sega
Questo interessante volume raccoglie le relazioni lette durante un convegno dallo stesso titolo svoltosi a Venezia nel 2002; inoltre si trovano testimonianze raccolte prima e dopo la ricerca e delle schede che tracciano il profilo di alcune protagoniste.
Era doveroso questo approfondimento!
Alcuni numeri presi dal testo: a cavallo degli anni ’40, il 95% delle donne si considerava cattoliche, 35.000 le combattenti riconosciute, 4.600 le arrestate, 2.750 le deportate in Germania, 623 le cadute o fucilate.
Molte partigiane provenivano da famiglie cattoliche praticanti, talvolta comuniste o socialiste, in alcuni casi atee. Come potevano risolvere, quelle donne credenti, la contraddizione tra la delega alla fede, alla preghiera, all’intervento soprannaturale se non addirittura miracoloso nella soluzione del conflitto in corso e il favorire o l’attuare una lotta spesso armata? “Se mi imbatto dall’altra parte, come devo reagire? Ho diritto di uccidere per affermare un’idea? Fino a dove arriva il confine tra la pace e il dovere della presenza militare?” queste sono solo alcune delle domande a cui facevano fatica dare risposta.
Lidia Menapace racconta “Dicevo che io feci obiezione di coscienza, non volli mai portare armi […] ma plastico per fare gli attentati sì, perché sapevo che eravamo in contatto con gli alleati e che se noi dicevamo che avremo fatto saltare questo ponte, era molto probabile che non ci sarebbero state delle vittime, mentre se il ponte fosse stato bombardato, questo non era sicuramente certo. Sempre lei, alla domanda “Ma perché quella scelta (di diventare partigiane ndr)? Lei dice che “Le risposte si trovano in itinerari molteplici, diversificatissimi, ricchi, pieni di paure, di tentativi, di dire – ma chissà se faccio bene o se faccio male? – insomma non c’erano prototipi, non c’erano nemmeno canali imitativi, era veramente un’invenzione di sé.”
Questo libro ci illumina su più fronti, come leggiamo ad esempio nella prefazione di Tina Anselmi: le donne cattoliche sono state chiamate da un senso di dovere “bisognava esserci per accelerare la fine della guerra” sollecitato anche dall’ Enciclica del 1944 di papa Pio XII che chiamava anche le donne all’impegno; ma rappresentava anche un diritto che vollero far valere; la fede ha dato la forza di fare delle scelte anche dirompenti, rischiose, trasgressive; è stata quella lotta per la libertà a motivare molte donne ad impegnarsi poi in ambito politico.
Da queta lettura sorgono nuovamente e inevitabilmente alcune domande, altre presenti nel testo le condividiamo: perché sono stati così sottovalutati i ruoli delle partigiane che non si limitavano a interventi assistenziali o di cura, ma spesso sono stati organizzativi, di collegamento e operativi anche armati? le partigiane cattoliche torturate, deportate, cadute o fucilate, sono martiri della libertà o della fede? come le consideriamo coloro che rifiutarono di fare lotta armata e il porto di armi ma accettarono di dare aiuto ai “banditi”? abbiamo chiarito nel nostro paese il conflitto tra la militanza politica e la fede? perché non hanno trovato riscontro positivo e continuità le figure dei “preti operai” e delle “suore operaie”? l’esperienza resistenziale delle donne, cosa e quanto ha rappresentato nel definire ruoli e identità femminile? senza quell’adesione che è stata spontanea e non certo a seguito di un comando, sarebbe comunque partita la cittadinanza femminile, quella nascita politica? la presenza attiva, silenziosa (il più delle volte) ma efficacissima di persone ecclesiastiche portate ad agire o far agire disobbedendo ad alcune note del Clero che invitava a tenere le distanze da qualsiasi attività, che seguito ha avuto?
E poi alcune considerazioni: molte storie narrate in questo testo mostrano come tante donne hanno interpretato la fede non come ubbidienza e sottomissione ad un ordine patriarcale ma come presenza attiva dentro alla realtà e come aspirazione alla libertà che veniva progressivamente repressa; la partecipazione massiccia alla Resistenza da parte di donne democristiane determinò nuovi equilibri politici interni al mondo cattolico; la loro nuova coscienza politica ebbe notevoli esiti; la consapevolezza di un coraggio fisico e resistenza psichica, l’obbligo di prendere velocemente e da sole delle decisioni drammatiche, la capacità di controllo e di operare in campi ignoti fino ad allora, diede una svolta a stigma e a pregiudizi sul genere, avviando un lungo processo (ancora in corso) per favorire l’uscita della donna dalla separatezza e dalla marginalità e diffuse riflessioni e azioni concrete a favore dei diritti alle pari opportunità; la fede e la preghiera sono stati importanti strumento di coraggio e tolleranza per le donne in situazioni drammatiche quali arresto, interrogatorio, carcerazione, minacce, torture, vendette.
Insomma, un testo che fa conoscere i conflitti etici e valoriali delle donne cattoliche che scelsero di partecipare a quella “guerra civile” e che può aiutarci a chiarire alcune idee discusse quasi quotidianamente e a prendere delle posizioni più solide in tema di gestione conflitti, perdita di libertà, coerenza, maturità morale, alleanze, armamenti, poteri, uguaglianze, e molto altro ancora.
Istresco, 2004, pagine 397
€ 18 acquistabile in sede o nelle librerie
recensione di Paola Bruttocao